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Una passeggiata nella Zona, Markijan Kamyš

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Una passeggiata nella Zona, di Markijan Kamyš è il libro portato in Italia da Keller editore che ho letto quasi tutto d’uno fiato ed è stato, senza ombra di dubbio, superiore alle aspettative.

Benché, formalmente, faccia parte della collana Reportage, Una passeggiata nella Zona è senza dubbio uno scritto borderline. Benvenuto nella Zona di Čornobyl’.

Un passeggiata nella Zona: oltra il filo spinato e il reportage

Ho voluto definire Una passeggiata nella Zona un libro borderline. Infatti, non è un romanzo e non è un saggio. E, ai miei occhi, né un vero e proprio reportage né uno scritto approssimabile alla classica letteratura di viaggio.

Cosa racconta Markijan Kamyš? Nato nel 1988 – insomma, l’autore è giusto un po’ più giovane di me -, Markijan ha un “vizio” radicato ormai da anni: ama superare il filo spinato, sopportare il gelo della neve e i verbali della polizia, per il solo desiderio di fumare una sigaretta e bere una birra ai piedi di un fuoco, alimentato dalle gambe di legno dei tavolini abbandonati, nei villaggi della Zona.

Ci sistemiamo, ci aggiriamo per la stanza, inciampiamo nella roba a terra, bestemmiamo a bassa voce, cerchiamo di fare uscire il fumo e piano piano ci sediamo accanto alla stufa a far sciogliere la birra congelata e rilassarci. Poi, quando tutta la legna sarà bruciata, scenderanno le fredde tenebre della notte ad abbracciarci. E noi dormiremo come sassi e moriremo di freddo, senza svegliarci. Il vento ululerà del pianto degli sfollati, la neve affonderà la stanza e il mondo intero crollerà sotto il peso del cielo finché non saranno venuti giù palazzi più alti di Prypjat’.

Credo che non debba spiegare cosa sia la Zona di Čornobyl’ – il nome te lo riporto secondo la versione ucraina. Per ridurre all’osso, è la vasta area che comprende Čornobyl’ e gran parte delle città e dei villaggi circostanti, abbandonata e interdetta dopo l’incidente nucleare del 1986. Altro non mi interessa scrivere.

Credo che basti aprire Wikipedia per trovare informazioni al riguardo, molto tecniche anche. A me interessa, nei limiti del possibile, “allinearmi” al racconto di Markijan Kamyš che è tutt’altro da una spiegazione da manuale del disastro, dal racconto di un turista qualsiasi o di un giornalista d’inchiesta.

Te lo dico brutalmente: ad onor del vero, Markijan Kamyš probabilmente ti odierebbe. Sì, ti odierebbe perché non saresti nient’altro che l’ennesimo turista curioso di fare un’esperienza “proibita”, convinto di poter vedere chissà cosa, ingannato dalle fotografie reperite sul web, pronto a raccontare la tua avventura su Instagram.

Dopo tre ore mi fumerò la mia camel, solleverò il filo spinato e i tedeschi penetreranno nel regno della paludi color smeraldo. E io dirò soltanto: “Congratulazioni. Avete appena infranto la legge.” I tedeschi mi chiederanno: “Tu vieni spesso qui. Non hai paura delle radiazioni?” E io risponderò: “No. Soltanto che qui la vita non mi sfugge via. E me la vivo nel posto più esotico del mondo”.

E, francamente, io lo capisco e gli do pure ragione! Ciò che rende Una passeggiata nella Zona diverso, e anche di molto superiore alla più ordinaria letteratura di viaggio, sono due elementi essenziali: il punto di vista interno e la passione.

Markijan Kamyš è di certo un ragazzo che, zaino in spalla, si avventura in un luogo contaminato, tossico, sfidando radiazioni e intemperie. Non lascia le comodità di casa sua per riscoprire sé stesso – ormai questa riscoperta di sé appesantiti da 30 litri sulla schiena ha tutte le sembianze di una pagliacciata.

Vive una realtà dai tratti surreali in modo profondamente diverso da qualsiasi altro non-ucraino (o ucraino troppo distante dalla Zona, magari).

La prospettiva di Una passeggiata nella Zona è un’alternativa più genuina allo spirito di curiosità del consueto turista. Ed è un racconto schietto di una passione viscerale.

Per me, la più elevata singolarità del libro risiede proprio nel fatto che è un racconto appassionato. Ignorando la sua vera natura, temevo che la lettura mi avrebbe fatto lo stesso effetto che mi fanno tutte le storie (di fantasia e non) di marca squisitamente sovietica, cioè avevo timore che mi avrebbe trasmesso un forte senso di angoscia e oppressione.

Tutto è stato molto diverso. Oserei quasi dire che, in barba alle radiazioni color smeraldo e all’inesorabile disfacimento di intere città abbandonate, Una passeggiata nella Zona mi è sembrato un inno alla vita sincero, primitivo e poetico.

Ed ecco perché la narrazione, biografica, mi è sembrata altra cosa da un qualsiasi reportage e dalla letteratura di viaggio. Inutile dirlo, a questo punto, ne consiglio la lettura soprattutto a tutti coloro che, dentro di sé, sentono bruciare la fiamma ardente della voglia di vivere. A presto,

Bruna Athena

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