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Lettera a Edgar Allan Poe, Vincenzo Abate

lettera a edgar allan poe

Ciao Edgar,

chi ti scrive queste poche righe è solo l’ennesimo romanziere fallito, nato e cresciuto in questa epoca apparentemente perfetta ma così piena di contraddizioni. In un certo senso, sei stato fortunato a non aver visto con i tuoi occhi da poeta il grigiore della società odierna.

Vado cianciando da anni di voler essere il tuo erede e di ispirarmi ai tuoi racconti per scrivere le mie storie, ma provo nel dirlo un profondo imbarazzo visto che la mia scrittura mai potrà avvicinarsi al tuo lirismo nero. Al di là della mediocre qualità di ciò che posso scrivere, quello che mi preme in questa circostanza è sottolineare la grande importanza che tu hai avuto nella mia formazione culturale.

Sono sempre stato appassionato di quel tipo di letteratura che personaggi puerili con la puzza sotto il naso definiscono “intrattenimento di basso livello”, senza avere la minima concezione di ciò che di grandioso si può trovare all’interno dell’immenso pantheon dell’orrore. Certo, non tutti gli autori sono riusciti a giungere ad alti livelli, ma chi ha avuto la fortuna di leggere qualcuno dei tuoi racconti o delle tue poesie non potrà mai mettere in dubbio la tua grandezza e l’incredibile complessità delle tue opere.

Ho scoperto i tuoi racconti in piena adolescenza, come tu ben sai un momento della vita estremamente difficile in cui le passioni bruciano ottenebrando il ruolo lucido della ratio. Col passar degli anni, come hai avuto modo di constatare tu stesso nella tua breve esistenza, quel fuoco sacro tende ad affievolirsi sempre di più per lasciare il posto a una spaventosa routine che divora i sogni di anime come noi che non riesce a sentirsi a suo agio nella realtà materiale, preferendo viaggiare nei fumi d’oppio del mondo onirico.

La nostra mente pullula di immagini bizzarre, grottesche, mostruose. Nessuno come te è riuscito a dare voce a tutti quelli che si considerano anime perdute capitate su questa terra per caso.

Gli uomini mi hanno definito pazzo, sebbene non risulti ancora chiaro se la pazzia sia, o no, il grado più alto dell’intelletto, e se molto di quanto dà gloria e tutto ciò che rende profondi non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione dello spirito, a spese dell’intelletto in genere. 

Ho passato praticamente metà della mia vita a leggere e analizzare le tue opere, trovando spunti di immensa grandezza in ogni cosa tu abbia scritto. Cosa poter dire della spaventosa sensazione di cieco terrore ispirato dal tuo celebre racconto Il pozzo e il pendolo? Non puoi neanche lontanamente immaginare il brivido di puro orrore che provai la sera che lessi per la prima volta La caduta della casa degli Usher, nel momento in cui lessi della sorella defunta di Roderico Usher che si accingeva a spalancare la porta dopo essere uscita fuori dalla bara. Come poter dimenticare la sensazione di profondo disagio e di sinistra inquietudine nella consapevolezza del protagonista de Il ritratto ovale nel guardare il quadro appeso al muro del tetro castello, così la spaventosa vendetta di Montrésor nei confronti di Fortunato nel racconto Il barile di Amontillado.

Insomma Edgar, nei tuoi racconti io ho trovato la massima espressione dell’orrore. Uno stile inconfondibile, doloroso, ricco di rimpianti e di sofferenze che hai provato nella tua breve esistenza fatta quasi esclusivamente di fallimenti. Un poeta che si è trovato per ragioni economiche a scrivere brevi racconti dell’orrore e che è riuscito, grazie al suo immenso genio, a diventare il punto di riferimento di un intero movimento culturale.

Autori di un certo spessore che si muovono in questo vasto settore ce ne sono stati molti e anche ora, nell’epoca del grigiore, vi sono alcuni maestri che riescono a esprimere qualcosa di ben più alto rispetto ai tremori a buon mercato che pensano coloro che non apprezzano l’arte nera. Nessuno però è come te Edgar, neanche uno di questi autori è mai riuscito ad arrivare alla tua qualità espressiva e al tuo modo di disegnare il buio dell’animo umano.

Chi non ti conosce non sa che dalla tua penne son venuti fuori tutti i vari generi che oggi vengono amati da milioni di lettori. Come poter spiegare loro che alla base della Fantascienza c’è la tua storia che narra l’avventura spaziale di Hans Pffal; come convincere il volgo che il giallo deduttivo nasce dalla bizzarra indagine raccontata ne I delitti della Rue Morgue; perché dovrei perdere tempo a sottolineare come chiunque parli di racconti grotteschi non possa non partire da opere come Re Peste o ancora Hop-Frog; chi più di te ha saputo utilizzare come allegoria della morte e della sofferenza la maschera di un cadavere in decomposizione che cammina spavaldo in un castello protetto come non mai?!

Per quel che mi riguarda non si può fare nessun confronto con altri scrittori che (seppur grandi) si sono misurati in questo tipo di arte. Non mi resta che chiudere questa lettera ringraziandoti per le eccezionali emozioni che mi hai saputo dare e per aver dato voce al mio tormento interiore. Continuerò a scrivere le mie ridicole storielle, trovando ispirazione nella tua opera, tentando così di avvicinarmi quanto più possibile alla tua grandezza, pur essendo consapevole di non avere una briciola del talento indispensabile per arrivare ai tuoi livelli.

Chiudo sussurrando, a bassa voce, la chiusura de Il corvo, la tua poesia più famosa e specchio fedele delle sofferenze dell’intera umanità. Il – mai più – citato in modo appena percettibile, come un malefico sussurro di tenebre… pensando anche alla chiusura di quel supremo capolavoro di logica e stile che è Il genio della perversione, in cui hai scritto una frase di chiusura che può essere utilizzata anch’essa come manifesto di un numero imprecisato di persone

 Oggi sono qui, imprigionato da queste catene. Domani sarò in un altro posto, ma dove? ,

si chiede il condannato a morte spaventato dall’idea di riaprire gli occhi all’inferno dopo il lavoro del boia.

Grazie Edgar Allan Poe, da parte di un grande appassionato delle tue opere che ti ritiene come uno dei più straordinari geni della letteratura di tutti i tempi.

Vincenzo

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