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Lettera a Irène Némirovsky

lettera a irene nemirovsky

Cara Irène,

credo che tu sia una delle scrittrici più lette e apprezzate del panorama letterario contemporaneo. Raramente mi lascio sfuggire, per troppo tempo, la lettura di autori che hanno grande considerazione tra i lettori: vengo presa dalla curiosità e dalla voglia di capire il perché di tanto successo. Spero sempre che non si tratti di una semplice moda, più che di un reale apprezzamento da parte del pubblico.

Ho letto due tuoi libri: Jezabel e Il ballo.  Il secondo che ho citato – un racconto – l’ho letto proprio di recente; Jezabel è stato il primo romanzo letto, e messe a paragone le tue opere risultano molto diverse tra loro. È una differenza stilistica; potrei dire che non potremmo nemmeno accostarle, qualora dovessimo giudicarle in base a un solo criterio: l’eleganza della scrittura. Tanto è sottile e raffinato Jezabel, nonostante la sua schiettezza, quanto Il ballo è esasperato e, oserei dire, grezzo.

Solo un elemento accomuna i due libri, attraverso i quali ti ho conosciuta: il racconto di un rapporto genitori-figli assolutamente privo di affetto. Pare che sia stato un tema a te caro, tanto da diventare un segno di riconoscimento, che ti distingue e mi fa dire che mai ho trovato tanta spietatezza. E dire che di libri ne ho letti, e i miei occhi hanno avuto modo di posarsi su righe che hanno narrato gesta immonde di esseri infidi e subdoli.

Nulla mi ha colpito tanto come le madri che hai raccontato tu. Anche se è mia convinzione che l’istinto materno si dia troppo per scontato, in noi donne, sono state quelle madri arrabbiate con la vita ad apparirmi persone inqualificabili.

Un genitore ti ama e ti mette al primo posto: sono stata cresciuta così e così crescerò i miei figli. Le tue madri, invece, sono in competizione con le loro figlie e a stento ne tollerano la visione; i loro mariti sono assenti, quasi ininfluenti, esterni garanti di un’ipotetica certezza materiale. 

Be’, non è che la realtà sia da meno. Mi piace pensare che tutti i bambini che hanno avuto pessimi genitori possano un giorno liberarsi della pesantissima eredità della mancanza di affetto. Nei tuoi libri, invece, si intende chiaramente che non c’è via di fuga: il disamore diffonde a macchia d’olio, è come un morbo che infetta bambine e ragazzine, quasi come se volesse prepararle a essere le madri egoiste del futuro. Come se non bastasse, tutto è descritto in modo rude, senza minimi termini. Mi tornano alla mente le suppliche di Antoinette (Il ballo), in cui chiede che arrivi al più presto la morte dei propri genitori. 

Chissà cos’altro avresti raccontato, se non fossi finita dritto dritto ad Auschwitz per finire lì i tuoi giorni.

Bruna

 

 

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