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Zero K, Don DeLillo

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Zero K: qualche riflessione sull’ultimo romanzo di Don DeLillo – non chiamiamola recensione.

Faccio una confessione, anzi sue. Prima di tutto, non sono una che conosce bene Don DeLillo: avevo letto solo Cosmopolis e mi era piaciuto. In secondo luogo, non credo di aver ben compreso Zero K e, di conseguenza, non so dire se mia sia piaciuto oppure meno.

Convergence

Zero K non è un romanzo fantascientifico e nemmeno distopico. Tuttavia, l’esistenza di Covergence lascia intendere che la storia di uno di quei generi sopra citati. Convergence è un’organizzazione, che ha sede in un luogo non ben definito dell’Asia, presso la quale le persone possono sottoporsi a crioconservazione. La voce narrante, Jeffrey Lockhart, ne scopre l’esistenza quando il padre decide di farsi ibernare, assieme alla sua compagna Artis.

La filosofia di Covergence è chiara: il mondo è senza freni, la natura di ribella, l’uomo non può fare a meno di dedicarsi alla guerra, quindi è necessario fregare la morte in qualche modo. Quale modo? Confidando nel potere della scienza, che è la sola che può sconfiggere la morte, garantendo una vita oltre calamità naturali, distruzione e malattia.

L’effetto che mi ha fatto Zero K è stato particolare. È iniziato prendendomi parecchio, perché ero convinta che sarebbe accaduto qualcosa di sorprendente. Nella sostanza, non accade nulla di così speciale e questo non significa che non si avverta, nelle pagine di questo romanzo, una sorta di tensione costante. I riferimenti alla morte sono costanti; il luogo fisico in cui Convergence ha sede è stato concepito in modo curioso, così come insolite sono le persone incontrare da Jeffrey nei giorni di permanenza nella struttura, in compagnia del padre. Tutto quel che Jeffrey vede è indubbiamente inquietante, anche se l’idea di Convergence non è poi così originale.

Forse ero in attesa che accadesse qualcosa di eclatante, un colpa di scena. Convergence spinge Jeffrey a pensare, non solo sulla vita in generale, ma soprattutto sul rapporto non avuto con suo padre.

Jeffrey Lockhart e suo padre

Ho l’impressione che Zero K sia sviluppato su due livelli: su un piano ci sono Convergence e la sua ideologia, alla quale il padre di Jeffrey ha aderito completamente, mentre sull’altro ci sono Jeffrey e il suo flusso di pensieri.

Non riesco a esprimere un giudizio sulla questione “fantascientifica” di Convergence: cosa avrebbe voluto dire l’autore? Non ne ho idea. A me è parso più evidente il tentativo di raccontare il legame tra padre/figlio, rapporto quasi indefinibile.

Tale impossibilità di definire in modo chiaro il legame tra Jeffrey e suo padre mi sembra quasi un paradosso: il ragazzo è ossessionato dal bisogno di dare un nome a cose e persone. Jeffrey, parimenti, non sa dire come possa il padre affermare di non ricordare il nome della donna con cui ha avuto il suo unico figlio; non comprende la logica dell’abbandono paterno, avvenuto quand’era bambino; non sa darsi spiegazione delle manie di protagonismo del padre, che resta tutto sommato un mistero vivente – vivente di fa per dire. Restano chiari solo la perplessità e il desiderio d’affetto di Jeffrey.

A me resta chiaro, invece, che non so assolutamente come agganciare i due piani di questo romanzo. Sei hai letto Zero K, illuminami. A presto,

Bruna

 

 

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