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Lettera a Elsa Morante di Rossella

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Cara Elsa,
sappiamo entrambe che prima o poi la resa dei conti sarebbe arrivata: a lungo io e te ci siamo parlate attraverso una simbiosi letteraria che non lasciava altro respiro al di fuori del mio naso sulle tue pagine. Ma adesso è giunto il momento di raccontare al mondo perché sono così tanto legata a te.

Era il terzo anno universitario, quello che arriva un po’ con un sospiro di sollievo – gli ultimi esami, il cerchio che si stringe – e un po’ con nostalgia – i colleghi che sai non avrai modo di frequentare oltre, le aule che non ti apparterranno più, la vita universitaria che cede il passo al mondo lì fuori; era il terzo anno universitario e io mi accingevo a seguire una delle materie che avevo riservato alla fine per gustare al meglio, un po’ come la fetta di dolce al termine della cena.
Il corso di Letteratura italiana moderna e contemporanea ha però superato ogni aspettativa, complice un’insegnante mirabile e innamorata della letteratura, dettaglio non scontato pur in una facoltà di Lettere moderne. Da Bufalino a Pasolini, passando per la poesia di Zanzotto e di Sereni, ogni lezione era incentrata su una personalità letteraria che ha fatto la storia del Novecento italiano; in una lunga lista di eminenti scrittori solo una donna, tuttavia, era contemplata: tu, mia cara Elsa.

L’amore per lo studio si è trasformato in acceso trasporto: durante la lezione riempivo fitto il quaderno di appunti e si delineava ai miei occhi la figura di una donna testarda, dal carattere schivo ma passionale, una penna infuocata che ha dedicato l’intera esistenza alla Scrittura, unico faro di speranza nei tempi bui della Seconda Guerra mondiale e del clima freddo dell’Italia sessantottina e poi delle Brigate Rosse.
Mi hai costretto tu a leggerti, Elsa. Non potevo non cedere al fascino dei tuoi libri, che ho subito acquistato in blocco e ho pian piano letto nel corso di un’estate indimenticabile – in ordine cronologico di pubblicazione, sai che sono una noiosa puntigliosa.

E poi ho chiesto la tesi a quella professoressa così competente: su di te, ovviamente. Avevo molto da voler scoprire, ma ho dovuto soffermarmi su un singolo aspetto – sai che le tesi triennali hanno un campo ristretto d’azione, no? – e ho promesso a me stessa che il resto delle ricerche le avrei fatta da sola, in futuro. Perché di romanzieri come te non ne esistono più, fatto salvo rare eccezioni di cui non è giusto parlare in questa sede.
E ancora oggi, come promesso, navigo sul web e indago le biblioteche della nuova città che mi ospita in cerca di nuove monografie e articoli, sempre alla ricerca di un nuovo tassello da aggiungere alla mia conoscenza.

L’estate era sul declino; ma io, fatta sensibile e morbosa da straordinarie commozioni, tendevo ancora ogni mio pensiero, come bandiera che proceda contro vento, verso la torrida stagione che mi lasciavo indietro, e che aveva sconvolto la mia fanciullezza, e mutato la mia sorte. Ancora oggi, in certo modo, io sono rimasta ferma a quella fanciullesca estate: intorno a cui la mia anima ha continuato a girare e a battere senza tregua, come un insetto intorno a una lampada accecante.

A volte credo di essere rimasta intrappolata in quell’estate di qualche anno fa, quando facevo colazione con Menzogna e sortilegio e mi incantavo, e sospiravo, e chiudevo il libro che proprio non volevo terminare. Eppure il libro l’ho concluso – l’ho anche riletto: sai come sono fatta – e pure quell’estate è ormai volta al termine da tempo.
Credo di averti dedicato la mia prima volta di puro incanto da adulta, durante quell’estate che adesso è tanto lontana da sembrare quasi irreale. Eppure è accaduta davvero.

Cosa mi resta, perciò, di quell’estate?
Rimane l’incanto nei miei occhi, la luce che le tue parole mi hanno donato, la voglia di continuare a cercare il sortilegio dei bei libri.
Resta la gratitudine per avermi insegnato ad aver meno paura del mondo mentre si lotta per il proprio sogno, nonostante le avversità che mi circondano. È una lezione che non dimenticherò mai, lo sai.

La tua Rossella

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