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Ogni mattina a Jenin, Susan Abulhawa

 

 

Ogni mattina a Jenin è un libro che straconsiglio. Non smetterò mai di ringraziare colei che me lo ha prestato.

 

Lo vedevo già da tempo, lì in libreria, ma ammetto di averlo snobbato per la tematica che tratta, certamente non rilassante. Quando mi è stato prestato, consigliatomi calorosamente, non mi son potuta tirare indietro, così mi ci sono avvicinata non senza un briciolo di preoccupazione: sapevo che sarebbe stata una lettura non facile, non mi sentivo disposta emotivamente ad intraprenderla. No, una lettura facile non lo è stata per niente; una narrazione che fila come l’olio e ti scombussola dentro.

 

Ogni mattina a Jenin narra la storia di una famiglia che vive in un piccolo villaggio della Palestina, in tutta tranquillità, fino a quando non arriva l’anno 1948, con gli eventi giunti a stravolgere, anzi, distruggere l’esistenza di persone semplici.

 

Questo romanzo racconta di gente umile legata alla propria terra, alle proprie attività, alle proprie tradizione, ma più di ogni altra cosa legata alla famiglia. La vicenda ruota attorno alla figura di Amal, il cui nome rimanda alla speranza, quella che è la prima a fuggire quando gli abitanti della piccola Jenin sono costretti ad abbandonare le loro case per vivere nei campi dei profughi.

 

La storia non è solo quella di una migrazione forzata, perché prima di tutto riguarda l’Amore, quello assoluto, che solo chi ha provato il terrore e ha guardato dritto in faccia alla morte può provare. È una forma di amore assolutamente preclusa a chi ha imparato a soffrire.Mi sono letteralmente innamorata della coppia che costituiscono Yussef e Fatina, uniti da un legame di cui non si può dire: è letteralmente ineffabile.

 

Susan Abulhawa non è una scrittrice ma un medico, come una delle protagoniste. Spinta dalla curiosità di conoscere meglio le sue origini, è tornata nella terra della sua famiglia: ne è venuto fuori questo lavoro drammatico ed emozionante, felice sintesi di storia, biografia ed immaginazione.

 

Consiglio questa lettura, vivamente. Ci vuole una certa “presenza di spirito”, la capacità di non affezionarsi troppo a persone e luoghi: è comunque uno sprofondare nell’Amore Infinito e, simultaneamente ed inevitabilmente, nell’infinità della crudeltà umana.

 

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